Tizio, Caio e Sempronio: origine e storia dei tre nomi più famosi d’Italia

Tizio, Caio e Sempronio: origine e storia dei tre nomi più famosi d’Italia

Tre uomini senza volto attraversano da secoli tribunali, università, manuali di diritto, conversazioni familiari, interrogazioni scolastiche e battute dette quasi senza pensarci. Tizio vende una casa a Caio, Sempronio contesta il contratto, qualcuno presta denaro a qualcun altro, qualcun altro ancora combina un guaio e inevitabilmente, da qualche parte, compare uno di loro. Nessuno li ha mai incontrati davvero, eppure tutti sappiamo perfettamente chi sono. O almeno crediamo di saperlo. Tizio, Caio e Sempronio appartengono a quella categoria meravigliosamente strana della cultura italiana in cui una formula nata per esigenze pratiche sopravvive talmente a lungo da trasformarsi in immaginario collettivo. Una specie di NPC linguistici, se vogliamo dirla da nerd: personaggi senza una vera biografia, evocati ogni volta che una storia ha bisogno di protagonisti sacrificabili e immediatamente riconoscibili.

La cosa che mi diverte di più, pensando alla loro storia, è proprio questa contraddizione. Sono nomi usati per indicare persone qualsiasi, eppure hanno conquistato una fama che moltissimi personaggi reali non raggiungeranno mai. Pronunciare «un tizio» oggi significa evocare uno sconosciuto quasi automaticamente, magari quello che abbiamo visto litigare alla fermata dell’autobus o il tipo comparso in una storia raccontata durante una cena. Il nome proprio è diventato categoria, maschera, funzione narrativa. Da appassionata di storia e mitologia trovo irresistibile osservare questi piccoli fossili linguistici perché funzionano un po’ come certe figure del folklore: perdiamo progressivamente memoria della loro origine, ma continuiamo a utilizzarle perché ormai fanno parte del paesaggio.

La pista conduce molto indietro, verso quella Roma che continua a infestare piacevolmente la nostra lingua anche mentre mandiamo vocali su WhatsApp o discutiamo dell’ultima serie Disney+. Titus, Gaius e Sempronius erano nomi perfettamente compatibili con il mondo romano, anche se bisogna stare attenti a non immaginare una sorta di trio storico che girava realmente per il Foro risolvendo controversie contrattuali. Gaius, in particolare, era un praenomen diffusissimo e richiama inevitabilmente anche Gaio, uno dei grandi giuristi dell’età imperiale; Sempronius, invece, apparteneva alla tradizione onomastica romana ed è documentato nella cultura giuridica classica. Insomma, il materiale linguistico era già lì, pronto per essere trasformato.

A rendere davvero iconica la triade sarebbe però la tradizione giuridica medievale, legata soprattutto alla scuola di Bologna e alla figura di Irnerio, uno dei nomi fondamentali nella riscoperta e nello studio sistematico del diritto romano tra XI e XII secolo. Immaginate l’atmosfera: manoscritti, glosse fitte ai margini, studenti provenienti da territori diversi, testi di Giustiniano che tornano a diventare strumenti vivi dopo secoli di trasformazioni politiche e culturali. Non siamo così lontani da una grande operazione di worldbuilding, almeno dal punto di vista di chi ama perdersi nelle stratificazioni della storia. Bisognava prendere norme complesse, interpretarle, discuterle, costruire casi ipotetici capaci di rendere comprensibile il funzionamento delle regole. E per farlo servivano personaggi.

Eccoli allora entrare in scena.

Tizio acquista. Caio eredita. Sempronio protesta. Tizio promette. Caio non paga. Sempronio rivendica. Il diritto ha sempre avuto bisogno di raccontare piccole storie perché una norma senza esseri umani rimane un meccanismo astratto, mentre una situazione concreta permette immediatamente di vedere il conflitto. È qualcosa che chiunque abbia studiato giurisprudenza conosce bene: dopo venti righe di principio generale, improvvisamente appare un povero individuo immaginario destinato a firmare il contratto sbagliato della sua vita. Il bello è che quei protagonisti fittizi sono sopravvissuti alle istituzioni che li hanno utilizzati, agli Stati, alle trasformazioni della lingua e persino alle tecnologie della comunicazione.

Intorno alla loro origine, naturalmente, sono cresciute anche interpretazioni suggestive. Una delle più note collega Tizio, Caio e Sempronio alla famiglia dei Gracchi, facendo corrispondere i nomi a Tiberio e Gaio Gracco e richiamando il nomen Sempronius della gens Sempronia. Tiberio e Gaio furono tra le figure politiche più celebri e controverse della Repubblica romana, protagonisti delle tensioni sociali del II secolo a.C.; il loro padre era Tiberio Sempronio Gracco. La ricostruzione ha un fascino quasi troppo perfetto, come quelle teorie genealogiche che nei fandom sembrano improvvisamente spiegare ogni dettaglio di una saga, ma rimane appunto una lettura tradizionale e non una certezza biografica sui fantomatici protagonisti degli esempi giuridici. Molto più solida è l’idea che si trattasse semplicemente di nomi familiari ai giuristi e quindi naturalmente adatti a diventare convenzioni.

La vera magia arriva dopo, perché il linguaggio fa sempre ciò che vuole. Una formula tecnica nata nei testi giuridici scappa dall’aula, attraversa i secoli e finisce nelle conversazioni quotidiane. Tizio smette addirittura di essere percepito soltanto come nome proprio: diventa «un tizio», lo sconosciuto per eccellenza. È un salto semantico magnifico. Se ci pensiamo, assomiglia moltissimo al destino di quei marchi che diventano sinonimo dell’intera categoria di prodotto, soltanto che qui il branding è stato fatto involontariamente da generazioni di giuristi.

Caio e Sempronio hanno mantenuto un’esistenza leggermente più aristocratica, diciamo così. Da soli si incontrano meno frequentemente nel parlato comune, mentre come trio funzionano ancora benissimo. Basta pronunciare «Tizio, Caio e Sempronio» perché tutti comprendano immediatamente che stiamo parlando di persone generiche, intercambiabili, utili soltanto a costruire un esempio. Se poi il cast diventa più numeroso, la tradizione giuridica possiede perfino personaggi secondari pronti a entrare nella storia. Mevio è probabilmente il più famoso tra le riserve, seguito in alcune fonti e consuetudini da nomi come Filano e Calpurnio. Una sorta di extended universe del caso ipotetico, con comprimari convocati quando il problema giuridico diventa troppo affollato per essere gestito dai soliti tre.

Mi piace pensare che proprio questa capacità di sopravvivere renda Tizio, Caio e Sempronio un piccolo fenomeno di cultura pop ante litteram. Cambiano i supporti, cambiano i generi narrativi, cambiano gli strumenti, ma l’essere umano continua ad avere bisogno di archetipi veloci. Nei videogiochi abbiamo il personaggio generico che deve dimostrare una meccanica, nei tutorial compare l’utente immaginario, nell’informatica esistono Alice e Bob che si scambiano messaggi per spiegare protocolli crittografici, negli esempi matematici qualcuno compra inevitabilmente quantità improbabili di mele. Ogni disciplina inventa i propri protagonisti invisibili.

Le altre lingue hanno costruito soluzioni analoghe, e questa forse è la parte più affascinante: l’esigenza di dare un nome a chiunque sembra quasi universale. L’inglese utilizza spesso Tom, Dick and Harry, mentre lo spagnolo gioca con Fulano, Mengano e Zutano; il francese possiede formule come Pierre, Paul ou Jacques, il tedesco Hinz und Kunz. Cambiano i suoni e le tradizioni, ma dietro rimane la stessa necessità narrativa: parlare di tutti senza parlare davvero di nessuno. Persino il nostro Pinco Pallino, altra creatura misteriosa del lessico italiano, appartiene alla stessa famiglia culturale, quella degli individui che esistono soltanto perché abbiamo bisogno di immaginarli per qualche secondo.

Una riflessione quasi inevitabile riguarda però il presente. Viviamo immersi in un’epoca ossessionata dall’identità: username, nickname, profili, avatar, fotografie, dati personali, reputazione digitale. Persino nei mondi virtuali passiamo un tempo sorprendente a decidere come chiamarci, che volto mostrare, quale skin indossare. In mezzo a questa gigantesca macchina identitaria continuano tranquillamente a circolare tre uomini privi di qualunque caratteristica individuale. Non sappiamo come siano fatti, cosa pensino, da dove vengano. Tizio è chiunque. Caio può diventare chiunque. Sempronio cambia professione, età e situazione a ogni frase.

Forse il loro segreto sta proprio lì. Sono vuoti abbastanza da contenere qualsiasi storia.

E a quel punto il collegamento con la cultura nerd diventa quasi inevitabile, perché conosciamo benissimo il potere di un personaggio apparentemente neutro. L’avatar senza passato nei giochi di ruolo funziona perché siamo noi a riempirlo. Il protagonista silenzioso permette al giocatore di proiettarsi nella storia. Persino le miniature anonime su un tavolo di Dungeons & Dragons smettono rapidamente di essere semplici pedine appena qualcuno assegna loro un nome e una motivazione. Tizio, Caio e Sempronio compiono l’operazione opposta: ogni storia li riempie per pochi minuti e subito dopo li restituisce al loro stato originale, pronti per essere utilizzati ancora.

Quanti Tizi abbiamo incontrato nella nostra vita senza sapere il loro nome? Quanti Cai sono diventati protagonisti di racconti cominciati con «un mio amico conosce uno che…»? E soprattutto, quanti Semproni continueranno ancora a firmare contratti immaginari, ereditare terreni inesistenti e litigare davanti a giudici che abitano soltanto nelle pagine di un manuale?

Dopo quasi mille anni di carriera editoriale involontaria, dubito seriamente che abbiano intenzione di andare in pensione. E forse la prossima volta che qualcuno pronuncerà quei tre nomi durante una discussione potremmo guardarli con un minimo di rispetto in più: non capita spesso di trovarsi davanti a personaggi capaci di attraversare Roma, Bologna medievale, codici giuridici e linguaggio quotidiano senza aver mai avuto bisogno nemmeno di una vera biografia. Resta solo da capire quale sia il vostro equivalente preferito: siete della scuola classica di Tizio, Caio e Sempronio, sostenete il glorioso Pinco Pallino oppure avete già trovato qualche altro NPC linguistico che continuiamo a evocare senza sapere più da dove sia arrivato?

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