Cencio La Parolaccia: la storia del ristorante romano diventato cinema

Cencio La Parolaccia: la storia del ristorante romano diventato cinema

Roma possiede luoghi che smettono di essere semplici indirizzi e finiscono per comportarsi come personaggi. Hanno un carattere, una voce, una reputazione, persino una specie di biografia parallela fatta di racconti tramandati, apparizioni cinematografiche, aneddoti più o meno verificabili e ricordi familiari che attraversano generazioni. Cencio La Parolaccia, nascosto — per quanto possa essere “nascosto” qualcosa di così famoso — tra i vicoli di Trastevere, appartiene da decenni a questa categoria rarissima. Le recenti notizie legate ai controlli effettuati nei locali del quartiere, con contestazioni riguardanti anche la sicurezza degli impianti, hanno riportato il suo nome sulle pagine di cronaca; materia doverosa e seria, naturalmente, ma per chi racconta cultura pop il punto interessante si trova altrove, parecchi strati più sotto. Perché parlare della Parolaccia significa raccontare una Roma capace di trasformare una trattoria in teatro, il cameriere in performer, il cliente in vittima consenziente dello spettacolo e una cena in una storia destinata a essere ripetuta per anni. Prima delle escape room, prima dei dinner show, prima delle esperienze immersive vendute con termini inglesi accuratamente scelti da qualche reparto marketing, a Vicolo del Cinque avevano già capito tutto: se vuoi che qualcuno ricordi un luogo, devi fargli vivere qualcosa. E magari insultarlo mentre mangia una carbonara.

Perché Cencio La Parolaccia è diventato uno dei simboli più strani e riconoscibili di Roma?

La storia comincia nel 1941, quando Vincenzo De Santis, detto Cencio, e sua moglie Renata aprono l’Osteria da Cencio in una Trastevere molto diversa da quella che conosciamo oggi, lontana dalla trasformazione turistica e dalla nightlife internazionale che avrebbe ridefinito il rione decenni dopo. La formula iniziale apparteneva alla tradizione romana più genuina: cucina popolare, tavoli, vino, canzoni, stornelli, quella teatralità spontanea che a Roma sembra emergere persino durante una discussione sulla fila dal fornaio. Poi il gioco si fece più audace. Le canzoni diventarono sempre più salaci, le battute più dirette, il rapporto tra personale e clienti più provocatorio, fino a trasformare quella caratteristica in un’identità precisa. Nel 1951 il locale assunse definitivamente il nome destinato a renderlo celebre: La Parolaccia. Da quel momento non si sarebbe più andati soltanto a mangiare. Si sarebbe andati per essere coinvolti.

Ed è difficile spiegare alle generazioni cresciute con TripAdvisor, TikTok e Google Maps quanto fosse potente, un tempo, la reputazione costruita quasi esclusivamente attraverso il passaparola. Noi che abbiamo attraversato l’epoca analogica e quella digitale ricordiamo bene quei posti che sembravano già famosi prima ancora di averli visitati. Qualcuno raccontava di esserci stato, qualcun altro giurava di aver visto un personaggio televisivo seduto a un tavolo, un amico ripeteva una battuta ricevuta dal cameriere e dopo qualche anno il locale diventava quasi una leggenda urbana certificata. La Parolaccia funzionava così. Non aveva bisogno di spiegare il proprio format perché il format era diventato il racconto stesso: «È quel ristorante dove ti insultano». Sei parole, brand identity completata. Provate a ottenere la stessa memorabilità con cinquanta slide di una presentazione marketing.

Era davvero una specie di esperienza immersiva prima che inventassimo questa definizione?

Guardandola con gli occhi di oggi, la cosa più sorprendente è proprio questa. Cencio La Parolaccia anticipava inconsapevolmente molte dinamiche dell’entertainment contemporaneo, perché il pubblico non rimaneva mai davvero spettatore. Chi attraversava la porta accettava una sorta di contratto narrativo: da quel momento sarebbe diventato parte dello spettacolo. Camerieri, musicisti e animatori osservavano i tavoli, individuavano bersagli, improvvisavano, coinvolgevano gli ospiti, adattavano stornelli e battute alla situazione. La cena non possedeva una sceneggiatura rigida e proprio per questo ogni serata poteva assumere un tono differente. Era user generated content prima dello user generated content, live experience prima delle live experience, interazione analogica allo stato puro.

La cosa mi diverte particolarmente perché oggi il mondo dell’intrattenimento investe enormemente sulla partecipazione: mostre immersive, ristoranti tematizzati, esperienze teatrali interattive, parchi nei quali il visitatore deve sentirsi protagonista anziché semplice osservatore. Cencio disponeva di mezzi decisamente più spartani — una sala, una chitarra, una fisarmonica, una cucina romana e una certa spregiudicatezza lessicale — ma aveva intuito una regola fondamentale: ricordiamo molto più facilmente ciò che ci accade rispetto a ciò che guardiamo. Naturalmente il contesto culturale è cambiato e certe battute che mezzo secolo fa passavano sotto l’etichetta della goliardia oggi possono essere lette attraverso sensibilità differenti, soprattutto quando toccano sessualità, genere o caratteristiche personali. Anche questo fa parte della storia. I luoghi longevi diventano interessanti proprio perché rimangono fermi abbastanza a lungo da permetterci di osservare quanto sia cambiato tutto ciò che li circonda.

Quanto cinema italiano è passato da quei tavoli?

Qui il discorso diventa irresistibilmente nerd, perché La Parolaccia appartiene anche alla geografia sentimentale del cinema italiano. Il legame più evidente resta quello con Trastevere, film del 1971 diretto da Fausto Tozzi, dove il locale compare realmente e diventa parte dell’universo narrativo della pellicola. È una Roma che oggi possiamo guardare quasi come una macchina del tempo: Vittorio Caprioli, Marcella Valeri, Mickey Fox, Ottavia Piccolo e quella sensazione tipica di un cinema italiano nel quale la città non serviva soltanto da fondale, ma entrava continuamente nella storia con i propri rumori, i propri volti e soprattutto i propri luoghi.

La fama di Cencio ha poi prodotto qualcosa di ancora più interessante: non soltanto apparizioni, ma imitazioni cinematografiche, deformazioni, parodie. Fracchia la belva umana trasforma l’idea nel memorabile Da Sergio e Bruno – Gli Incivili, che sembra quasi la versione appartenente a una timeline alternativa della Parolaccia, mentre La banda del trucido gioca con il concetto attraverso La Pernacchia, perfettamente inserita nell’universo popolare e sgangherato legato a Tomas Milian. Simpatici & antipatici richiama ancora quella tradizione, dimostrando quanto l’idea del ristorante romano dove il cliente viene deliberatamente provocato fosse ormai diventata comprensibile senza bisogno di lunghe spiegazioni. A quel punto Cencio aveva raggiunto uno status particolare: non era soltanto un locale famoso, era diventato un archetipo della commedia romana.

Per chi ama il cinema questa distinzione conta parecchio. Roma possiede centinaia di location cinematografiche, ma soltanto poche riescono a contaminare l’immaginario fino al punto da generare versioni fittizie di sé stesse. Pensiamo al Bar dello Sport, alle trattorie, alle piazze, alle sezioni di partito, alle sale biliardo e a tutti quei luoghi della commedia italiana che riconosciamo prima ancora di sapere esattamente dove siano. La Parolaccia appartiene a quella famiglia. Sembra quasi progettata da uno sceneggiatore: nome memorabile, rituale immediatamente riconoscibile, ambiente popolare, musica, personaggi sopra le righe e un pubblico continuamente coinvolto. Mancava soltanto una sigla iniziale.

Quanto racconta ancora oggi la vera anima di Trastevere?

Trastevere rappresenta forse il punto più delicato del discorso perché il quartiere, nel frattempo, è cambiato radicalmente. Chi lo ricorda decenni fa e lo attraversa oggi percepisce una trasformazione enorme: turismo globale, nightlife, ristorazione sempre più orientata ai visitatori internazionali, appartamenti turistici, file davanti ai locali diventati virali sui social e smartphone sollevati sopra piatti che un tempo sarebbero stati divorati senza nemmeno concedere loro una fotografia. Non significa necessariamente rimpiangere una Roma perduta — quella retorica del “prima era tutto migliore” diventa rapidamente insopportabile — ma riconoscere che alcuni luoghi funzionano come fossili viventi, conservando tracce di un ecosistema culturale precedente.

La Parolaccia è uno di questi. Non perché rappresenti tutta Trastevere, naturalmente, né perché possa essere trasformata in una specie di museo antropologico del romanesco, ma perché conserva una forma di teatralità cittadina basata sulla relazione umana, sull’improvvisazione e sul linguaggio. Roma ha sempre avuto un rapporto particolare con l’insulto affettuoso, la presa in giro, l’esagerazione verbale, il soprannome devastante pronunciato con un sorriso. Il confine fra aggressione e complicità dipende dal contesto, e proprio quel contesto era la materia prima dello spettacolo di Cencio. Entravi sapendo che sarebbe successo. Era il codice del luogo.

Forse è questo che rende interessante osservare la sua sopravvivenza nell’epoca dei social. Un tempo uscivi dalla Parolaccia con un aneddoto; oggi potresti uscirne con un reel. Prima raccontavi agli amici la battuta ricevuta dal cameriere, adesso la battuta può attraversare mezzo pianeta in poche ore, isolata dal contesto originale e sottoposta al tribunale permanente di Internet. Cambia completamente la scala, cambia la percezione, cambia persino il rischio legato all’improvvisazione. Eppure il meccanismo originale resta straordinariamente contemporaneo: generare una storia che il pubblico abbia voglia di raccontare.

Perché una notizia su Cencio La Parolaccia riguarda anche la cultura pop?

Proprio perché determinati luoghi appartengono a qualcosa di più grande della categoria commerciale alla quale formalmente appartengono. Una libreria storica non è soltanto un negozio, una sala giochi sopravvissuta agli anni Ottanta non è soltanto un insieme di cabinati, un cinema di quartiere non coincide con lo schermo sul quale vengono proiettati film. Allo stesso modo Cencio La Parolaccia non coincide soltanto con una cucina e una sala da pranzo. Ottantacinque anni di attività significano attraversare guerra e dopoguerra, boom economico, commedia all’italiana, televisione, turismo di massa, Internet, social network e adesso algoritmi capaci di suggerirci dove cenare prima ancora che abbiamo deciso di avere fame.

Gli ultimi controlli amministrativi che hanno coinvolto il locale appartengono alla cronaca e dovranno naturalmente essere affrontati attraverso gli adeguamenti e le procedure previste; non serve romanticizzare una questione di sicurezza soltanto perché un’insegna possiede una grande storia. Ma sarebbe altrettanto riduttivo lasciare che il nome di Cencio La Parolaccia torni a circolare soltanto per una vicenda amministrativa dimenticando ciò che quel nome rappresenta nell’immaginario romano. La sicurezza riguarda il presente di un’attività, la memoria riguarda quasi un secolo di città. Le due cose possono tranquillamente convivere senza confondersi.

E forse il fascino vero della Parolaccia sta proprio in questa sua capacità di essere contemporaneamente ristorante, spettacolo, leggenda turistica, set cinematografico e frammento di folklore romano. Una specie di NPC storico di Trastevere che, dopo decenni, continua ancora a riconoscerti appena entri e probabilmente ha già pronta una battuta sulla tua faccia prima ancora che tu abbia ordinato. Roma cambia continuamente, Trastevere ancora di più, ma sarebbe curioso immaginare il quartiere completamente privo di quei luoghi capaci di raccontare ciò che è stato senza trasformarsi necessariamente in reliquie sotto vetro.

Chi ci è stato probabilmente conserva ancora una storia, magari una battuta irripetibile davanti ai parenti, un compleanno degenerato gloriosamente o il ricordo di quella sensazione stranissima di pagare volontariamente qualcuno per essere insultati durante la cena. Chi non ci è mai entrato potrebbe invece conoscere La Parolaccia soltanto attraverso il cinema, i racconti dei genitori o qualche video comparso casualmente nel feed. Ed è esattamente qui che la conversazione diventa interessante: Cencio rappresenta ancora una parte autentica dell’identità popolare di Roma oppure ormai appartiene soprattutto alla sua mitologia? Raccontateci i vostri ricordi, le scene cinematografiche che associate a Trastevere e magari anche quella parolaccia che, a distanza di trent’anni, ancora non avete dimenticato sulla pagina Facebook di Satyrnet, nel gruppo Facebook della community, su Instagram, YouTube, X, Telegram e LinkedIn. Perché certe storie romane funzionano un po’ come le migliori saghe: ogni generazione pensa di conoscerle già, poi arriva qualcuno al tavolo accanto e aggiunge un episodio che non avevamo mai sentito.

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