Il furto delle reliquie di San Pietro e San Paolo: il mistero medievale che sconvolse Roma

Il furto delle reliquie di San Pietro e San Paolo: il mistero medievale che sconvolse Roma

Roma custodisce segreti che sembrano usciti da un romanzo storico o da una campagna di gioco di ruolo ambientata nel Medioevo, vicende in cui fede, potere, avidità e mistero si intrecciano fino a diventare quasi leggenda. Passeggiando tra le sue basiliche capita spesso di alzare gli occhi verso reliquiari, affreschi e monumenti senza immaginare che alcuni di essi siano sopravvissuti a furti clamorosi, congiure e violenze degne delle cronache più oscure. Tra tutte, una storia continua a colpirmi ogni volta che la rileggo perché sembra possedere tutti gli ingredienti di un thriller medievale: il furto delle reliquie di San Pietro e San Paolo custodite nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

L’episodio affonda le sue radici nel 1438, un anno delicato per lo Stato Pontificio. Sul trono di Pietro sedeva papa Eugenio IV, nato Gabriele Condulmer a Venezia, figura complessa che dovette affrontare conflitti politici, tensioni religiose e continui problemi di governo. Proprio durante il suo pontificato si consumò uno dei sacrilegi più sconvolgenti della Roma quattrocentesca, qualcosa che per i contemporanei risultò molto più grave del semplice furto di oggetti preziosi.

Le reliquie attribuite agli apostoli Pietro e Paolo rappresentavano infatti uno dei simboli spirituali più importanti della cristianità. Custodite all’interno di preziosi reliquiari realizzati dall’orafo senese Giovanni di Bartolo, vere opere d’arte medievale ricche di oro, gemme e lavorazioni raffinatissime, erano meta di pellegrinaggi e oggetto di una devozione profondissima. Toccare quei tesori significava colpire direttamente il prestigio della Chiesa e la stessa identità religiosa della città eterna.

La notte precedente la Pasqua accadde ciò che nessuno avrebbe mai ritenuto possibile. Qualcuno riuscì a introdursi nella Basilica di San Giovanni in Laterano e a trafugare le sacre teche contenenti le reliquie. Immaginare la scoperta del mattino successivo fa ancora venire i brividi. Roma si risvegliò travolta da incredulità, rabbia e paura. Il sacrilegio appariva così enorme da alimentare ogni genere di voce, dalle ipotesi di complotti politici fino ai racconti popolari che attribuivano l’accaduto a punizioni divine o a misteriose cospirazioni.

Le autorità pontificie reagirono con estrema durezza. Spie, confidenti e uomini incaricati delle indagini iniziarono a battere ogni angolo della città, interrogando mercanti, religiosi, artigiani e chiunque potesse aver visto qualcosa. Le settimane trascorrevano però senza risultati concreti e il mistero sembrava destinato a rimanere irrisolto, almeno fino a quando un dettaglio apparentemente insignificante non fece crollare l’intero castello di segreti costruito dai responsabili.

La svolta arrivò nei pressi di Campo de’ Fiori, zona già allora animata da botteghe di orafi, incisori e commercianti di pietre preziose. Uno degli acquirenti, Servestro de Pallone, manifestò interesse per una perla di valore eccezionale proposta da un orefice. Il prezzo richiesto, trenta ducati, diede però origine a una discussione sempre più accesa. Dalle parole si passò agli insulti, la voce si alzò e la lite attirò l’attenzione di artigiani e passanti.

Può sembrare incredibile, ma fu proprio quella banale trattativa commerciale a provocare la rovina dei colpevoli. Qualcuno riconobbe infatti la provenienza sospetta della gemma, altri iniziarono a collegare le voci circolate dopo il furto con quell’oggetto tanto prezioso, fino a segnalare tutto alle autorità pontificie. Da quel momento il mosaico si ricompose rapidamente.

Le indagini portarono all’arresto di due sagrestani della Basilica di San Giovanni in Laterano, risultati direttamente coinvolti nella sottrazione del tesoro. A complicare ulteriormente la vicenda emerse anche il ruolo del canonico Nicola di Valmontone, zio di uno dei responsabili, accusato di aver favorito il colpo. Non si trattava quindi di una banda di ladri comuni penetrata dall’esterno, ma di persone che conoscevano perfettamente gli ambienti sacri e che avevano sfruttato proprio quella fiducia per mettere a segno un furto impensabile.

La restituzione delle reliquie assunse immediatamente il valore di un grande evento pubblico. Il 22 agosto dello stesso anno papa Eugenio IV guidò personalmente una solenne processione attraverso Roma, accompagnato dalle autorità religiose e civili, riportando le pietre preziose e i reliquiari al loro posto. Doveva essere una dimostrazione di forza, una risposta simbolica destinata a cancellare l’onta del sacrilegio e a riaffermare il prestigio della Chiesa davanti ai fedeli.

Molto meno simbolica fu invece la sorte riservata ai colpevoli. La giustizia medievale conosceva ben poco il concetto di proporzionalità e trasformava spesso le condanne in spettacoli pubblici destinati a terrorizzare chiunque avesse pensato di imitare certi gesti. I responsabili vennero scomunicati, rinchiusi per giorni in una gabbia esposta a Campo de’ Fiori e successivamente trascinati dai cavalli fino alla basilica. Nicola di Valmontone fu impiccato a un olmo, mentre gli altri subirono prima l’amputazione della mano destra e poi la condanna al rogo. Oggi simili pene appaiono inimmaginabili, ma raccontano perfettamente il valore attribuito a quelle reliquie e il peso politico assunto dal loro furto.

La storia, però, non termina nel Quattrocento. Anzi, sembra quasi seguire la maledizione di tanti manufatti celebri che attraversano i secoli sopravvivendo a guerre, invasioni e rivoluzioni. Alla fine del Settecento, durante l’occupazione francese di Roma, i preziosi reliquiari sparirono nuovamente. Secondo una delle versioni più diffuse furono trafugati dalle truppe napoleoniche; un’altra tradizione racconta invece che sarebbe stato papa Pio VI a ordinarne la fusione per recuperare l’oro necessario a soddisfare le pesanti richieste economiche imposte dalla Francia con il Trattato di Tolentino.

Qualunque sia la verità, gli splendidi reliquiari medievali realizzati da Giovanni di Bartolo non sono arrivati fino a noi. Quelli che oggi possiamo ammirare nella Basilica di San Giovanni in Laterano sono copie commissionate nel 1804 dalla marchesa di Villahermosa, gesto di devozione che ha permesso almeno di conservare la memoria visiva di uno dei tesori più importanti della tradizione cristiana.

Da appassionata di storia, archeologia e cultura pop continuo a trovare irresistibili racconti come questo, perché ricordano quanto il passato fosse molto meno immobile di quanto immaginiamo. Dietro ogni reliquia esposta in una teca, ogni basilica visitata durante una vacanza romana o ogni monumento immortalato in una fotografia si nascondono spesso intrighi, tradimenti, colpi di scena e personaggi che sembrano usciti da un romanzo di Umberto Eco o da un’avventura di Indiana Jones. Roma continua a raccontare queste vicende a chi ha la pazienza di ascoltarla, lasciando sempre la sensazione che sotto ogni pietra possa essere rimasto nascosto un altro mistero ancora tutto da riscoprire. E voi conoscevate questa incredibile storia del furto delle reliquie di San Pietro e San Paolo oppure esiste qualche altro enigma della Città Eterna che vi ha sempre affascinato? Raccontatelo alla community: alcune delle storie più sorprendenti sono proprio quelle che raramente trovano spazio nei libri di scuola.

L’articoloIl furto delle reliquie di San Pietro e San Paolo: il mistero medievale che sconvolse Romaproviene daCorriereNerd.it.