La Girandola di Castel Sant’Angelo: la spettacolare tradizione dei fuochi d’artificio che illuminava la Roma dei papi

La Girandola di Castel Sant’Angelo: la spettacolare tradizione dei fuochi d’artificio che illuminava la Roma dei papi

La magia di Roma non vive soltanto nelle sue pietre millenarie o nelle leggende che si intrecciano tra imperatori, papi e santi. Alcune tradizioni sembrano uscite direttamente da un romanzo fantasy, altre ricordano gli spettacoli grandiosi che oggi associamo ai grandi eventi Disney o alle celebrazioni di fine anno nei parchi a tema. Eppure, se si torna indietro di qualche secolo, una delle manifestazioni più spettacolari della Città Eterna aveva già trasformato il cielo in un palcoscenico di luce, fuoco e meraviglia. La Girandola di Castel Sant’Angelo rappresentava tutto questo: un evento capace di lasciare senza fiato romani, pellegrini, artisti e viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa, tanto da diventare uno dei simboli più affascinanti della Roma delle grandi feste.

Da amante della storia dell’arte e delle tradizioni popolari, ho sempre trovato irresistibile quel sottile confine dove la cronaca si fonde con il mito. Castel Sant’Angelo possiede già di per sé un’aura quasi cinematografica. Nato come mausoleo dell’imperatore Adriano, trasformato nei secoli in fortezza, rifugio papale e scenario di assedi, sembra uno di quei luoghi che potrebbero comparire senza alcuna modifica in una campagna diDungeons & Dragons, in un episodio diDoctor Whoo in una missione diAssassin’s Creed. Aggiungete centinaia di razzi, esplosioni coreografate e giochi di luce progettati con una precisione sorprendente per l’epoca, ed ecco nascere uno spettacolo che ancora oggi riesce ad alimentare l’immaginazione.

La Girandola veniva tradizionalmente accesa il 29 giugno, durante la festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, ma la sua comparsa non era limitata soltanto a quella ricorrenza. Anche il lunedì dell’Angelo, conosciuto popolarmente come Seconda Pasqua, e altre celebrazioni straordinarie offrivano l’occasione perfetta per illuminare il cielo sopra il Tevere con una scenografia destinata a diventare leggenda. Immaginare migliaia di persone raccolte sulle rive del fiume, sui ponti o affacciate dalle terrazze nobiliari, tutte con il naso rivolto verso la fortezza, restituisce un’immagine sorprendentemente moderna. Cambiano gli smartphone, cambiano i social network, ma quel desiderio tutto umano di condividere uno spettacolo collettivo attraversa i secoli senza perdere forza.

Le origini ufficiali della Girandola vengono fatte risalire al 9 agosto 1481, durante i festeggiamenti per il decimo anniversario dell’elezione di papa Sisto IV. Già le cronache dell’epoca raccontano una città attraversata dal suono continuo di trombe, bombarde e archibugi, quasi che il fragore delle celebrazioni volesse trasformare Roma nella capitale assoluta della Cristianità anche attraverso il linguaggio della meraviglia. Non era soltanto una festa religiosa o politica: era una gigantesca rappresentazione del potere, costruita con gli strumenti più spettacolari disponibili nel Rinascimento.

Naturalmente, ogni tradizione davvero importante porta con sé anche un bagaglio di racconti difficili da verificare ma impossibili da ignorare. Una delle storie più affascinanti attribuisce addirittura a Michelangelo l’ideazione della Girandola destinata alla festa dei santi Pietro e Paolo, mentre sarebbe stato successivamente Gian Lorenzo Bernini a perfezionarne la struttura scenografica. Vero oppure no, questa leggenda racconta perfettamente il livello artistico attribuito allo spettacolo. Pensare che due giganti assoluti dell’arte italiana possano essere stati collegati a un gigantesco show pirotecnico rende l’idea di quanto il concetto stesso di spettacolo fosse già considerato una forma d’arte totale.

Ed è proprio Bernini a entrare ancora una volta nella narrazione grazie alle osservazioni di Onorato Caetani dedicate alla Sicilia nel Settecento. Osservando le eruzioni dello Stromboli, il nobile romano paragona i getti incandescenti del vulcano ai razzi della Girandola, ricordando come lo stesso Bernini avrebbe ideato quei fuochi ispirandosi proprio alla potenza della natura. Una suggestione che sembra quasi anticipare il concetto moderno di spettacolo immersivo, dove l’uomo osserva un fenomeno naturale e decide di trasformarlo in un’opera artistica capace di evocare lo stesso senso di stupore.

L’evoluzione della Girandola accompagnò per secoli la storia della città. All’inizio del Seicento Girolamo Lunadoro raccontava come, dopo l’elezione di un nuovo pontefice, Roma si accendesse di illuminazioni e fuochi, con Castel Sant’Angelo protagonista assoluto della scena. Pochi decenni più tardi Gaspare Alveri spiegava che lo spettacolo veniva organizzato addirittura quattro volte all’anno, alternando le celebrazioni dedicate ai patroni della città con quelle riservate alle incoronazioni papali. Era diventato un appuntamento atteso, riconoscibile, quasi un marchio identitario della capitale.

Mi diverte pensare a quei viaggiatori del Grand Tour che, dopo aver attraversato mezza Europa per vedere il Colosseo, il Pantheon o la Cappella Sistina, restavano probabilmente senza parole davanti a un castello che improvvisamente sembrava esplodere di luce senza subire alcun danno. Oggi siamo abituati agli effetti speciali digitali, ai droni luminosi, alle proiezioni in mapping e ai grandi show dei parchi tematici, ma chi viveva tra Sei e Settecento doveva provare qualcosa di molto simile a quello stupore infantile che ancora oggi ci conquista davanti a uno spettacolo ben costruito.

Non sorprende quindi che la Girandola sia diventata protagonista di diari di viaggio, cronache e opere letterarie. Anche Giuseppe Gioachino Belli non resistette al fascino di quella tradizione, dedicandole ben due sonetti. Uno racconta la spettacolare accensione durante il lunedì dell’Angelo del 1834 alla presenza dei sovrani del Regno delle Due Sicilie, mentre un altro descrive perfino il mercato degli affitti dei posti migliori da cui assistere allo spettacolo. Una piccola fotografia sociale che dimostra come già allora esistessero posti esclusivi, terrazze privilegiate e una vera economia costruita attorno all’evento.

Persino il linguaggio quotidiano della città finì per assorbire quella tradizione. Documenti ottocenteschi utilizzavano semplicemente l’espressione “la sera della Girandola” come se tutti sapessero immediatamente a quale giorno ci si riferisse. Un dettaglio che racconta molto più di tante date ufficiali, perché dimostra quanto quella celebrazione fosse entrata nell’identità collettiva dei romani.

Poi, quasi all’improvviso, il silenzio. Nel 1886 la Girandola smise di illuminare Castel Sant’Angelo per ragioni che ancora oggi non risultano del tutto chiarite. Un finale quasi malinconico per uno spettacolo che aveva attraversato quattro secoli di storia, sopravvivendo a cambiamenti politici, trasformazioni urbane e passaggi epocali.

Fortunatamente alcune tradizioni non accettano davvero di scomparire. Dal 2021 Roma ha scelto di riportare in vita la Girandola attraverso una rievocazione storica che permette alle nuove generazioni di immaginare almeno una parte di quella meraviglia perduta. Certo, il mondo è cambiato e anche la sensibilità verso gli spettacoli pirotecnici si è evoluta, ma il valore simbolico di questa rinascita resta enorme. Non si tratta soltanto di accendere dei fuochi artificiali: significa restituire alla città un frammento della propria memoria collettiva.

Anche il mondo dell’arte ha contribuito a conservare questa eredità. Pittori come Giovanni Maggi, Jakob Philipp Hackert, Joseph Wright of Derby, Franz Theodor Aerni e Francesco Foschi hanno immortalato la Girandola trasformandola in immagini che ancora oggi raccontano meglio di qualsiasi descrizione la straordinaria atmosfera di quelle serate romane. Osservando quei dipinti si percepisce qualcosa che va oltre la semplice rappresentazione di un evento: il cielo sembra trasformarsi in un enorme sipario teatrale, mentre Castel Sant’Angelo assume quasi le sembianze di una cittadella fantastica sospesa tra storia e leggenda.

Forse è proprio questo l’aspetto che continua a conquistarmi. Da appassionata di cultura pop, di mitologia, di scenografie spettacolari e di tutto ciò che riesce a raccontare una storia attraverso le emozioni, faccio fatica a vedere la Girandola soltanto come un’antica tradizione romana. La considero una delle prime grandi esperienze immersive della storia europea, un evento capace di unire arte, architettura, tecnologia, celebrazione pubblica e narrazione visiva in un’unica esperienza condivisa. In fondo ogni epoca costruisce i propri effetti speciali, e quelli del Rinascimento avevano la stessa ambizione dei colossal cinematografici o dei grandi spettacoli che oggi fanno sognare milioni di fan in tutto il mondo.

Passeggiando oggi lungo il Tevere, soprattutto nelle sere d’estate, basta fermarsi qualche istante davanti a Castel Sant’Angelo per immaginare quel cielo improvvisamente attraversato da cascate di luce, ruote incandescenti e bagliori che si riflettevano sulle acque del fiume. Alcune tradizioni sopravvivono nei libri, altre nei quadri, altre ancora nei racconti tramandati da una generazione all’altra. La Girandola appartiene un po’ a tutte queste dimensioni, continuando a ricordarci che anche il passato sapeva sorprendere con effetti speciali degni della migliore fantasia. E voi, se poteste viaggiare nel tempo per assistere a uno solo dei grandi spettacoli della storia di Roma, scegliereste proprio la Girandola di Castel Sant’Angelo o esiste un’altra tradizione dimenticata che meriterebbe di tornare sotto i riflettori?

L’articoloLa Girandola di Castel Sant’Angelo: la spettacolare tradizione dei fuochi d’artificio che illuminava la Roma dei papiproviene daCorriereNerd.it.