Roma segreta a piedi: la guida errante di Carlo Coronati tra trekking urbani e street art

Roma segreta a piedi: la guida errante di Carlo Coronati tra trekking urbani e street art

Roma sa essere sfacciatamente monumentale, quasi teatrale nel modo in cui mette in scena se stessa. Basta attraversare il centro per ritrovarsi dentro una stratificazione che sembra progettata da uno scenografo con un budget infinito: cupole, rovine, obelischi, prospettive barocche, palazzi che cambiano colore con la luce e quella sensazione straniante per cui una colonna romana può convivere serenamente con un motorino parcheggiato male e un cartello stradale storto. Eppure la parte di Roma che mi incuriosisce di più, forse anche per deformazione da storica dell’arte, è quella che non si offre subito allo sguardo, quella che bisogna attraversare con un po’ di ostinazione, lasciandosi alle spalle le traiettorie più ovvie per capire che la Capitale non è una città sola ma una specie di atlante frammentato, pieno di margini, passaggi, scale, parchi, borghetti e quartieri che sembrano appartenere a epoche diverse. È proprio questa Roma laterale che Carlo Coronati prova a raccontare in Roma, guida errante nella bellezza nascosta, il nuovo volume pubblicato da Edizioni il Lupo, in arrivo in libreria da metà settembre al prezzo di 20 euro.

Più che una guida turistica nel senso tradizionale, il libro sembra voler recuperare una forma di esplorazione urbana che negli ultimi anni abbiamo quasi disimparato. Tredici trekking, tutti compresi all’interno del Grande Raccordo Anulare, accompagnano il lettore lungo percorsi generalmente tra i dodici e i quindici chilometri, abbastanza lunghi da trasformare una passeggiata in un piccolo viaggio e abbastanza vicini da ricordarci che l’avventura non richiede necessariamente un volo intercontinentale o un portale dimensionale. Coronati propone di attraversare Roma a piedi o in bicicletta seguendo traiettorie che scivolano fuori dalle mappe turistiche più prevedibili: Valle Aurelia, Monte del Gallo, Monte Mario, l’Insugherata, Fidene, Nuovo Salario, Montesacro, Rebibbia, Ponte Mammolo, Pietralata, l’Aniene, Garbatella, EUR, Torrino, Trullo, Corviale. Nomi che per chi vive la città appartengono spesso alla geografia quotidiana, alle fermate della metro, agli autobus presi di corsa, alle strade attraversate senza guardare davvero. Cambiare velocità significa trasformarli. Una scalinata diventa architettura, un muro dipinto diventa testimonianza, una ciclabile diventa linea narrativa, un parco smette di essere semplicemente “verde” e comincia a funzionare come un corridoio capace di ricucire parti di città che sulla carta sembravano lontanissime.

L’idea del camminatore errante possiede anche un fascino molto antico, molto europeo e, lasciatemelo dire, meravigliosamente nerd nel senso più nobile del termine. Il flâneur nasce nella modernità ottocentesca come osservatore della città, figura sospesa tra spettatore e interprete, qualcuno che cammina senza ridurre lo spazio urbano a pura funzione. Mi ha sempre affascinato perché ricorda certi protagonisti dei giochi open world che ignorano la quest principale e si perdono per ore inseguendo dettagli apparentemente inutili, finendo poi per ricordare proprio quelli. Roma si presta magnificamente a questo tipo di deviazione. Ogni quartiere nasconde una stratificazione che può passare dall’antico al razionalismo, dalle borgate del Novecento alla street art contemporanea, e spesso basta sbagliare strada per scoprire qualcosa che nessuna lista di “dieci cose da vedere assolutamente” riuscirebbe a restituire. Coronati insiste proprio sulla libertà di deviare, sul diritto di abbandonare l’itinerario suggerito, parlare con chi abita un luogo, ascoltare un aneddoto, seguire una curiosità. In fondo le città sono archivi viventi, e gli archivi migliori contengono sempre qualcosa che non stavamo cercando.

Uno degli aspetti più interessanti di Roma, guida errante nella bellezza nascosta riguarda il modo in cui il verde entra nella lettura della Capitale. Parchi, ville, giardini e aree naturali non funzionano come pause decorative tra un monumento e l’altro, ma diventano veri elementi di connessione. Pensiamo troppo spesso Roma come una distesa minerale di travertino, sampietrini e asfalto, dimenticando quanto la sua identità sia legata anche alle ville storiche, alle riserve, alle fasce dell’Aniene, ai lembi di campagna sopravvissuti all’espansione urbana. Camminare attraverso questi spazi produce una percezione quasi archeologica del territorio: il rumore cambia, la scala si modifica, certe quinte di palazzi scompaiono dietro gli alberi e improvvisamente diventa possibile intuire la forma precedente della città, quella precedente ancora e forse perfino ciò che potrebbe diventare domani.

La street art occupa poi uno spazio importante, con circa ottanta pagine dedicate ai murales distribuiti in sei macroaree romane e fotografati da Filippo Pompili. Ed è un passaggio che trovo particolarmente significativo perché obbliga a rimettere in discussione l’idea stessa di patrimonio. Chi ha studiato Beni Culturali viene educato alla conservazione, alla tutela, alla durata; l’arte urbana, invece, vive spesso della possibilità opposta. Sbiadisce, viene coperta, cambia insieme al quartiere. È fragile e temporanea, a volte monumentale nelle dimensioni ma quasi effimera nella sua esistenza. Proprio per questo racconta le periferie con una forza diversa da quella dell’architettura ufficiale: registra conflitti, identità, trasformazioni sociali, memorie collettive, ironie e rivendicazioni. Un murale può diventare il nuovo punto di riferimento di una strada, trasformare una facciata anonima in immagine condivisa e perfino riscrivere la percezione di un intero isolato. Fotografarlo significa conservarne almeno una fase, sapendo che qualche mese dopo potrebbe già essere diverso.

Dietro questa particolare sensibilità urbana si riconosce il percorso di Coronati, romano, escursionista e autore vicino alle venti guide pubblicate, abituato a portare nella metropoli quello che lui stesso definisce uno “spirito montano”. È un’espressione che inizialmente può sembrare paradossale, ma basta pensarci un attimo: l’escursionismo insegna a leggere il terreno, rispettare le distanze, osservare le variazioni del paesaggio, capire che il percorso non coincide soltanto con il punto di arrivo. Applicato a Roma, questo sguardo modifica completamente la relazione con la città. Il marciapiede diventa sentiero, il ponte diventa passaggio, il quartiere diventa paesaggio culturale. Tra gli itinerari compare perfino il periplo integrale delle Mura di Roma, quasi una lunga linea del tempo percorsa con il corpo, seguendo una struttura difensiva nata per separare l’interno dall’esterno e oggi trasformata in una delle cuciture più affascinanti della città contemporanea.

A completare il viaggio arriva lo sguardo fotografico di Filippo Pompili, già fotografo ufficiale al Senato e autore di immagini realizzate in diversi continenti, con una particolare attenzione verso paesaggi, persone e territori marginali. Le sue fotografie accompagnano sia i trekking sia la parte dedicata alla street art, aggiungendo un livello importante perché una guida di questo tipo vive anche dell’equilibrio tra orientamento e suggestione: bisogna capire dove andare, certo, ma soprattutto desiderare di andarci.

Forse la cosa più bella di un libro come questo sta nella piccola ribellione che propone. Roma viene spesso consumata come immagine prima ancora di essere attraversata: la fotografiamo, la geolocalizziamo, la trasformiamo in sfondo, la percorriamo seguendo indicazioni precise e recensioni già pronte. Coronati suggerisce invece qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, quasi radicale: camminare. Camminare abbastanza a lungo da perdere per un momento la sensazione di sapere esattamente dove siamo, abbastanza lentamente da accorgerci di un murale, di una scala nascosta, di un giardino, di una strada che non avevamo mai avuto motivo di percorrere.

Roma probabilmente non finirà mai di raccontarsi, anche perché ogni generazione aggiunge un altro livello al suo palinsesto. Le mura restano, i quartieri cambiano, i murales scompaiono, altri compaiono, i parchi resistono, le periferie vengono riscritte, e in mezzo continuiamo a camminare convinti di conoscere una città che forse abbiamo soltanto sfiorato. La domanda, a questo punto, viene spontanea: qual è quella Roma che avete scoperto quasi per errore e che da allora considerate vostra? Perché ho la sensazione che le mappe più interessanti della Capitale debbano ancora essere disegnate, un passo alla volta.

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